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Questa situazione porta sicuramente gravi conseguenze nelle loro condizioni di vita. Il tema della salute, infatti, è molto esemplificativo. Secondo l’Organizzazione Panamericana della Sanità (OPS), in Sudamerica la mortalità materna è molto più alta fra le donne indigene che in altri settori della popolazione. In Bolivia, ad esempio, le cifre sono molto diverse: a livello nazionale, l’indice è di 390 decessi ogni 100 mila bambini nati vivi, mentre in zone con popolazione prevalentemente indigena il numero di decessi arriva a 496. La stessa situazione si ritrova in Perù, dove la mortalità materna nelle zone urbane è di 265 decessi ogni 100 mila bambini nati vivi, contro i 500 delle comunità indigene. In effetti, nei due paesi si trovano i tassi di mortalità materna più alti dell’America Latina.
Una delle cause fondamentali di questa situazione è sicuramente riconducibile a tutte le barriere culturali che le donne incontrano per accedere ai servizi sanitari, di per sé scarsi e precari. In particolar modo la scarsa stima e addirittura il disprezzo per le loro credenze tradizionali da parte del personale sanitario sono motivo di sfiducia e timore. È esattamente quel che accade alle donne Aymara, che ad esempio ritengono che spogliarsi durante il parto, come ordinano i medici, può portare alla morte. Essendo il corpo aperto e senza nessuna protezione, il freddo potrebbe provocare gravi malattie e l’indebolimento dell’ajayu, la forza della vita. Inoltre, l’indispensabile comunicazione medico-paziente generalmente è inesistente, in quanto nei centri ospedalieri quasi nessuno conosce le lingue locali.
La salute riproduttiva è, in effetti, uno degli aspetti più delicati nell’ambito dei diritti umani, per tutte le donne, senza eccezione. Quanto avvenuto in Perù durante gli anni ’90 dimostra fino a che punto può arrivare questa vulnerabilità. Durante il governo di Fujimori migliaia di donne indigene furono sterilizzate contro la propria volontà, vittime del cosiddetto “Programma Nazionale di Salute Riproduttiva”. Sembra che tale campagna fosse stata finanziata dall’Agenzia per lo Sviluppo Internazionale degli Stati Uniti (USAID), tramite un contratto concesso alla Association for Voluntary Surgical Contraception (AVSC). Le donne, minacciate da funzionari o costrette a cedere al ricatto per ottenere cibo e medicinali, furono sottoposte a interventi chirurgici. Molte morirono, come accadde a María Mamerita Mestanza Chávez nell’aprile del 1998. Dopo essere stati respinti da tutte le istanze legali peruviane, nel 1999 i suoi familiari sporsero denuncia di fronte alla Commissione Interamericana per i Diritti Umani (CIDH). Dopo tre anni sono arrivati finalmente ad un accordo, e il governo ha accettato di versare al marito e ai 7 figli la somma di 10 mila dollari a testa, come riparazione per i danni morali subiti. Il Ministero della Sanità ha inoltre ordinato un’indagine, le cui conclusioni indicano che circa 300 mila persone furono sterilizzate contro la propria volontà. Tale studio ha dimostrato che nel periodo 1996-2000 furono effettuati 215 mila interventi di legatura delle tube, e che nello stesso periodo 16 mila uomini subirono una vasectomia, sempre contro la propria volontà. Migliaia di persone, quindi, stanno ancora aspettando che sia fatta giustizia.
Più generalmente, in tutto il mondo le contadine e le indigene costituiscono il gruppo umano maggiormente escluso dai programmi nazionali e internazionali di sviluppo. Sono inoltre loro a subire per lo più il razzismo istituzionalizzato nei loro paesi. Non sono escluse solo dall’accesso ai servizi sanitari, ma anche dall’istruzione, dalla partecipazione sociale e dai processi decisionali. Per strada, nei mercati, nei posti di polizia, sono sempre l’obiettivo principale della violenza, per l’appartenenza a un determinato gruppo etnico, per la loro lingua, il loro modo di vestire, il colore della loro pelle. Nei mezzi di comunicazione la loro immagine e la loro identità sono sempre rappresentate in modo distorto e caricaturale, i loro diritti fondamentali sono sempre e impunemente violati.
Attive nella lotta
Durante la resistenza contro la colonizzazione spagnola, le donne Aymara parteciparono molto attivamente alla lotta, ed ebbero anche ruoli autorevoli e di guida. Simboli di questa presenza furono Bartolina Sisa e Gregoria Apasa, rispettivamente moglie e sorella di Tupak Katari. Insieme arrivarono a guidare un esercito di 40 mila persone contro gli spagnoli nella zona di La Paz durante gli scontri del 1780-83. Katari morì squartato nel novembre 1781 nella località di Peñas. Anche Bartolina Sisa, discendente della stirpe delle Mama Tallas (donne che condividevano l’autorità con gli uomini) morì squartata, il 5 settembre 1782, insieme a molte sue compagne. Dal 1983 in questa data si celebra il Giorno Internazionale della Donna Indigena.
Anche oggi le donne Aymara continuano a resistere insieme al loro popolo contro le perenni aggressioni interne ed esterne. Per lo più contribuiscono alla costruzione di alternative che permettono alla società andina in generale di avanzare verso una democrazia partecipativa e multiculturale. La loro adesione ad associazioni contadine e indigene, infatti, negli ultimi anni non ha fatto che aumentare.
In Bolivia la Federazione di Donne Contadine Bartolina Sisa è un’organizzazione di fondamentale importanza a livello nazionale. È stata fondata a La Paz nel gennaio del 1980, durante il Congresso Nazionale di Donne Contadine organizzato dalla Confederazione Sindacale Unica dei Lavoratori Contadini della Bolivia (CSUTCB), cui presero parte duemila delegate. La federazione partecipò pubblicamente, come organizzazione, alle celebrazioni del 1° maggio, e nel 1983 organizzò il suo Secondo Congresso, definendo importanti aspetti correlati all’autonomia e all’identità di genere. Ha inoltre partecipato attivamente ad alcune attività del movimento indigeno boliviano come marce e blocchi di strade, nonché alle proteste contro la privatizzazione dell’acqua a Cochabamba e alla rivolta del 2003 contro la politica ufficiale di gestione del gas e degli idrocarburi, che obbligò alle dimissioni il presidente Sánchez de Losada.
Altrettanto importante è l’Organizzazione di Donne Aymara di Kollasuyu (OMAK). Fra le sue principali attività, iniziate alla fine del 1983, troviamo la creazione di centri per la formazione di donne leader. I suoi obiettivi principali sono la difesa dei diritti umani e la tutela della salute di donne e bambini; l’organizzazione programma inoltre laboratori di alfabetizzazione, medicina e tessitura tradizionale, promuovendo allo stesso tempo la partecipazione delle donne ai processi decisionali in varie sfere. Come organizzazione ha partecipato a vari forum internazionali, comprese le riunioni annuali del Gruppo di Lavoro sui Problemi Indigeni delle Nazioni Unite. È inoltre membro del Coordinamento per le Donne in Bolivia e di molte reti internazionali.
Le donne Aymara, insomma, esigono il riconoscimento del proprio lavoro e la valorizzazione della propria cultura; esigono la fine delle discriminazioni che subiscono in quanto donne andine, a causa dei loro usi, del loro modo di vestire e della loro lingua. Sono fermamente contrarie ai programmi di sterilizzazione forzata simili a quelli effettuati in Perù, in difesa dei propri diritti e della propria libertà. Richiedono, infine, di essere trattate in modo giusto e umano per la strada, nei mercati, nei servizi sanitari, negli uffici pubblici e nei posti di polizia.
Consapevoli dei danni che essi arrecano alla vita delle persone e agli ecosistemi, rifiutano il libero commercio, la perdita della sovranità e i programmi di sviluppo imposti solo in nome degli interessi economici. Esigono quindi la tutela della proprietà collettiva delle conoscenze e una partecipazione diretta per decidere su tutti quei temi che riguardano da vicino le proprie comunità. Infine, si impegnano a difendere e trasmettere ai propri figli i valori che permettono la convivenza sociale in condizioni di pace, giustizia e benessere.
Mailer Mattié, Economista venezuelana, esperta di Antropologia economica e Cooperazione internazionale finalizzata allo sviluppo sostenibile.
FONTE: SELVAS.org Dicembre 2004"
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