Viaggi in Peru VIAGGI DI GRUPPO 2008 Referenze ClientiChi Siamo Foto Peru Alberghi Tipo Mappe del Peru
VIAGGI IN PERU VIAGGI E INFORMAZIONI SUL PERU VIAGGIARE IN PERU CONOSCERE IL PERU VIAGGI DI GRUPPO IN PERU VIVERE IL PERU ATTRAZIONI TURISTICHE ED ARCHEOLOGICHE DEL PERU PERU VIAGGI E INFORMAZION SU CUSCO E MACHUPICCHU VIAGGI CLASSICI IN PERU VIAGGI AVVENTURA
Informazioni su...


Pasco Perù


Junin Perù

Machu Picchu Perù


Cammino Inka Cusco


Valle Sacra
degli Incas


Ucayali - Perù

   

GLI INCA

   
 

   

Cominciamo subito dall'atto finale: l'incontro dell'Inca, l'ultimo grande im‑peratore, diretto discen­dente del Sole ed unico intermedia­rio tra il Cielo e la Terra, con gli spa­gnoli di Francisco Pizarro, il conqui­stador.

Cié stato raccontato da testi­moni insospettabili, gli europei pre­senti, ed é davvero significativo Della grandeur di un impero.

Atahualpa aveva capelli molto cor­ti; i lobi delle orecchie forati, ed assai allungati per i pesanti dischi d'oro che li adornavano; vestiva abiti simi­li a quelli dei sudditi, ma tessuti in la­na di vigogna piú fine e provvisti di maggiori ornamenti.

Risulta che si cambiava vestito quattro volte al giorno, e comunque alla benché mi­nima macchia. Sulla sua corona era cucita una frangia di lana rossa inseri­ta in tubicini d'oro, che gli cascava sulla fronte fino agli occhi; due piu­me di un uccello, di cui si pretende-va non esistesse mai piú d'una cop­pia alla volta, erano conficcate in questa cuffia; nelle mani, teneva la lancia e una mazza, o un arco e le frecce.

Quando compare davanti al solda-ti spagnoli, la sua visione costituisce per loro qualcosa di autenticamente impressionante. II suo portamento é fiero; la prima volta, riceve i messi at­torniato da una corte di 600 persone; per tutta la durata dell'incontro non risponde mai, e rimane assolutamen­te impassibile: anche guando Her­nando de Soto fa caracollare il suo ca-vallo schiumante, e giustiziare uno squadrone di indios che si erano riti­rati perché l'animale, che non cono­scevano affatto, si dirigeva verso di loro. Il giorno dopo, a Cajamarca, pri­mo grosso centro montano conqui­stato dagli spagnoli, l'Inca si reca al­l'incontro (che gli risulterá fatale) con Pizarro, «preceduto da 300 arcie­ri, 1000 lancieri in tuniche a scacchi bianchi e rossi, un terzo squadrone armato di mazze di rame ed argen­to».

 

II suo baldacchino, raccontano sempre i cronisti dell'epoca, era or­nato d'argento e retto da 24 uomini in ricca livrea blu: preferiranno farsi uccidere sul posto, piuttosto che la­sciare la presa. Dopo essere stato fat­to prigioniero, invano Atahualpa cer­ca di barattare la propria libertó of­frendo oggetti d'oro e d'argento «quanti ne poteva contenere un lo-cale della capacitó di ben 88 metri cubi»: a riscatto pagato, la sua fine scoccherá ugualmente. Anche le forme, talora, rendono un'idea, e questo apparato é degno, in tutto e per tutto, di un grande im­pero e di un grande Paese. D'altro canto, come il Faraone in Egitto, l'Inca era venerato alla stregua di un dio.
Lo si reputava il figlio del Sole; era un sovrano assoluto che, tuttavia, sapeva mostrarsi generoso con il suo popolo: l'aveva perfino condotto a un livello di vita decoroso, grazie a un'organizzazione della produzione che, comunque, rispettava i diversi gruppi etnici, senza mai sopprimer­ne le singole economie.

Perché gli Inca non erano un po­polo: erano piú popoli diversi. Il vo­cabolo "inca", il cui yero significato ancora ci sfugge, costituiva soltanto un termine onorifico, attribuito e­sclusivamente al sovrano. II quale e­ra capo politico e leader religioso, pro­prietario di tutte le terre e di tutti i beni dell'impero. Regnava avendo accanto la sua "sposa-sorella", la Co­ya; in una societá strutturata secondo una gerarchia assolutamente pirami­dale, disponeva dei suoi funzionari e dei suoi governatori, cioé dei ceti su­periori. Da questa che potremmo de­finire "classe dirigente" provenivano i sacerdoti del dio Sole, cosi come i comandanti militan, i governatori e tutti gli altri dignitari. Uno scalino piú sotto veniva il ceto cosiddetto dei "grandi uomini"; poi, i servitori che lavoravano per l'Inca e per il "palaz­zo"; infine, la gente comune, in cui si distinguevano, per una certa autono­mia e per qualche privilegio, i pesca­tori della costa e gli artigiani.

II servizio personale dell'Inca era assicurato, a turni di otto giorni, da u­na delle sue sorelle, assistita da una moltitudine di figlie di nobili. IJInca mangiava su un tavolo basso, in com­pagnia soltanto del suo figlio preferi­to; tutto ció che egli aveva toccato, resti di cibo, abiti, eccetera, venivacustodito in cofanetti di vimini, e ac­curatamente bruciato in determinati giorni dell'anno: nessuno, infatti, po­teva nemmeno sfiorare ció che era stato toccato dal figlio del Sole. A tal punto che (lo narrano sempre le cro­nache, e in questo caso Juan Ruiz de Arce), guando egli intendeva sputa­re, una donna del seguito stendeva la mano per raccogliere lo sputo quasi "al volo", affinché non arrivasse a terra; mentre i capelli dell'Inca che gli cadevano sugli abiti venivano su­bito inghiottiti dalle donne del se­guito, anche perché, sembra, all'epoca erano assai temute le stregonerie che con essi si sarebbero potute rea­lizzare.

Chiunque si avvicinasse al capo supremo doveva essere vestito in foggia modesta, togliersi le scarpe, abbassare gli occhi e tenerli abbassa­ti; i nobili, almeno le prime volte, do­vevano anche portare un cuico sulle spalle, in segno di sottomissione; l'incontro, comunque, esordiva sem­pre con una profonda riverenza ed un rumore simile a una sorta di bacio.

Del fondatore dell'impero, il nono Inca, che si chiamava Pachacuti, la Historia de los Incas di Sarmiento de Gamboa, scritta nel 1572, racconta che non usasse mostrarsi mai in pub­blico, se non in casi davvero eccezio­nali, per mantenere intatta la sua sa­cralitá, e che nessuno fosse autorizza­to a guardarlo da vicino senza tenere tra le mani qualcosa da donargli. Per­ché l'Inca, l'abbiamo detto, era sacro: incaricato di una missione civilizza­trice dal dio Inti, cioé dal Sole, di cui era figlio (e davvero impressionante é il parallelismo con l'Egitto di Osiri­de, e - in fin dei conti - anche con al­tre, ben piú recenti religioni). Figlio del Sole, «generato da un suo raggio, prodotto della Terra, senza un padre umano», l'Inca riuniva tutti quelli che oggi gli studiosi considerano i tre possibili livelli di sacralitá regia: re stregone, re sacerdote, re divino; e, secondo la leggenda, uno di questi imperatori, Inca Roca, alla fine si sa­rebbe trasformato in dio-giaguaro.

ALLA MORTE DELL'INCA HUAYNA CAPAC PIÚ DI MILLE PERSONE VENNERO IMMOLATE E LE CENERI REGALI MESCOLATE CON POLVERE D'ORO.

Quando l'Inca si ammalava, veniva sottratto ad ogni sguardo; guando moriva, la notizia taciuta per un me­se: il nuovo sovrano poteva cosi co­minciare in serenitá le sue pratiche di potere. La morte dell'Inca era ac­compagnata da tante altre morti, piú o meno volontarie: sembra che al fu­nerali di Huayna Capac, l'ultimo ad ayer regnato compiutamente per tut­ta la vita, piú di mille persone della sua "casa" fossero contestualmente immolate. Alla morte, seguiva un'ac­curata procedura: il corpo, privato delle viscere, veniva imbalsamato; cuore bruciato e le ceneri, mescolate con polvere d'oro, andavano a riem­pire il ventre di una delle tre maggio­ri statue solari nei templi di Cuzco.

Lo status, assolutamente particola­re, dell'Inca spiega anche la vicenda della "sorella-sposa"; la logica dei matrimoni in famiglia, infatti, é facil­mente individuabile: motivi d'eredi­tá, di non contaminazione della raz­za, e anche dinastici, perché la filia­zione dal Sole "doveva" rimanere in­discutibile. Tuttavia, anche le unión degli Inca con donne di etnie diver­se facevano parte in quaiche modo della consuetudine e trovavano un valido ancoraggio nella logica del mantenimento e dell'allargamento del potere territoriale: garantivano infatti le obbligazioni reciproche as­sunte dalle due parti; favorivano, in­somma, una politica di alleanze so­stanziali, che ha sicuramente giocato un ruolo nello sviluppo dell'impero. Tanto che da questi prindpi, proba­bilmente in modo inconsapevole, trasse debito vantaggio anche lo stes­so conquistador, Francisco Pizarro.

Nei primi anni di soggiorno a Li­ma, infatti, egli aveva avuto dei figli da una donna di Huaylas che viveva con lui; e guando nel 1536, un anno dopo la fondazione dell'attuale capi­tale, a Cuzco l'ultimo dei sovrani, Manco Inca, tenta l'estrema risorsa e si solleva contro il potere spagnolo, gli abitanti della cittá di provenienza di questa donna si alleano con il loro "parente" Pizarro e non con il capo del loro antico impero, il quale, ap­punto, era stato nominato dal con­dottiero spagnolo e non aveva stabi­lito con quella popolazione alcuna regola di reciprocitá.

LA VITA QUOTIDIANA DI UNA POPOLAZIONE DEDITATA ALLA AGRICOLTURA, ALL'ALLEVAMENTO  E  ALL'ARTIGIANATO

Ma dell'Inca abbiamo ormai parlato a sufficienza: é il momento di vedere invece come vivevano gli Inca, la gente comune. Si occupavano so­prattutto dell'allevamento, dell'e­strazione mineraria, dell'agricoltura. Inoltre, nei momenti liberi, con mag­giore o minor successo, molti si dedi­cavano all'artigianato. I terreni esi­stenti, e che la popolazione sfruttava intensivamente, erano divisi in tre tipi: quelli per l'Inca, quelli per il dio Sole, quelli per il clan (che, lo vedre­mo tra un attimo, non era necessaria­mente soltanto familiare). La pro­prietá privata non esisteva. Non esi­stevano nemmeno animali da tiro o da soma, né un yero e proprio aratro: uno semplice, lungo circa un metro e "spinto" a mano, era il massimo del-la dotazione esistente; lo si usava per la semina con i piedi o con le mani, per la raccolta dei tuberi, eccetera; e richiedeva comunque il lavoro di due persone. L'irrigazione e i terraz­zamenti, tuttavia, erano singolar­mente evoluti e, nonostante le arre­tratezze "tecnologiche", permette­vano un notevole sfruttamento dei terreni.

Rifacciamoci ancora alle cronache dell'epoca, e andiamo a leggerci di nuovo una testimonianza del 1553 di Pedro Cieza de León: «In questo re­gno, al tempo degli Inca, v'era ben poca terra potenzialmente fertile che fosse deserta, come ben sanno i pri­mi cristiani che vi arrivarono. E dá non poco dolore constatare che, pur essendo gli Inca pagani e idolatri, a­vevano tanto buon ordine per gover­nare e mantenere territori cosi estesi, mentre noi, cristiani, abbiamo invece mandato in rovina tanti regni».

LUNGO TUTTO L'IMPERO, UNA RETE STRADALE DI 40 MILA CHILOMETRI, CON POSTI DI SOSTA UN PO' DOVUNQUE.

La cellula di base del vivere associa­to degli Inca era il clan, ovvero l'a­yllu, che «lega insieme varíe famiglie con il vincolo della parentela, del go­yerno e del lavoro»: gente che aveva un antenato comune, o che operava sugli stessi terreni, o che anche sol-tanto viveva sul medesimo territorio, amministrato da un curaca. I regola­menti erano abbastanza rigidi, ma per il resto qualche libertó era con­sentita: comune era la lingua, il que­chua, parlata ed applicata nel campo dell'amministrazione; e comune era il culto per il dio Sole, cui erano de­dicati i templi, ciascuno dei quali a­veva i propri sacerdoti; ma le diverse etnie ed i popoli sottomessi poteva­no continuare ad applicare le proprie religioni. Ad ogni area veniva prepo­sto un rappresentante del Re; le po­polazioni venivano censite mediante un quipu, fascio di piccole corde an­nodate e colorate; vigeva il sistema decimale. II territorio era ottima­mente collegato: anche se la ruota non era ancora invalsa nell'uso, una rete stradale assai sviluppata (40 mi-la chilometri) era percorsa da corrieri appiedati, per i quali esistevano post, di sosta un po' dovunque. Due erano le principali vie di comunicazione, la litoranea e la dorsale andina: erano ampie fino a 16 metri e la litoranea, in parecchi punti, era protetta da due muri di mattoni crudi che la riparava­no dalla sabbia del deserto.

Ponti so­spesi, scalinate nella roccia e altre in­venzioni ingegneristiche permette­vano di superare pendenze e stra­piombi. Lo vedremo tra un attimo: questa rete viaria era assolutamente strategica per lo sviluppo del Paese.

Gli Inca coltivavano soprattutto la quinoa, simile al grano saraceno, la patata e il mais. Le prime tracce diquesta loro capacitó agricola risalgo­no addirittura a 2500 anni prima di Cristo. La coltivazione intensiva del mais permetteva due raccolti all'an­no. Ancora Cieza de León: «La terra é cosi ubertosa, che tutto quanto vi viene seminato produce buoni frutti. E vi sono alberete, e vi vengono alle­vati molti uccelli ed animali». La tra­dizione orale, che dobbiamo an­ch'essa al primi spagnoli, riferisce di una vicenda molto educativa, forse anche troppo, a tal punto che sembra quasi simbolica: «Quando, seguendo la tradizione, l'Inca Manco Capac ar­riva con la sua grande armata all'at­tuale villaggio di Cabanaconda, non vi si coltivano che le patate. Il re, si­curamente assai intelligente, si ren­de conto della generositá potenziale della terra in questa vallata, e ordina che gli si portino sette piccoli chicchi di mais. Essi coltivarono questi sette piccoli chicchi per sette anni, senza mai toccare uno solo dei chicchi che venivano prodotti, Pinché il mais e la sua coltivazione si estesero in tutta la zona. Dopo sette anni, l'Inca ritornó; e soltanto allora si fece la prima rac­colta e si addivenne alla distribuzio­ne del mais prodotto».

II bravo contiene, appunto in mo­do abbastanza idealizzato, il racconto del sistema di base potremmo dire cosi che presso gli Inca garantiva prosperi raccolti: la dislocazione e lo spostamento di grandi masse di uo­mini, gruppi di lavoro collettivo inca­ricati delle semine e dei raccolti. É u­na faccenda che si chiama mita, e non a caso il termine significa "giro": gruppi di persone anche molto in­genti (perfino 14 mila uomini tra­sportati nella vallata di Cochabamba, se prestiamo fede a un racconto di Polo de Ondegardo, del 1561), inca­ricati di occuparsi  per esempio della produzione del mais. Arrivava­no anche da lontano, talora da una di­stanza parí a venti giorni di marcia; seminavano, o raccoglievano; se ne ripartivano. Sul posto, restavano gruppi stanziali e piti ridotti: quelli composti da una sorta di coloni, inca­ricati di mantenere i campi e di prov­vedere alla loro irrigazione. A queste "campagne", e al momento piú op­portuno, seguivano lo stoccaggio dei prodotti e la distribuzione dei raccol­ti, determinata dalle autoritá locali, di solito con la dovuta generositá (pa­re che i coloni "stanziali" mantenes­sero qualche diritto aggiuntivo).

Questi esodi di massa erano anche funzionali al controllo politico: guan­do, cioé, una popolazione dava segni di eccessiva irrequietezza, o - peggio ancora - tentava addirittura di ribel­larsi, veniva spostata in massa, per­ché gli abitanti si mescolassero e si o­mologassero con maggiore facilitó, stemperando anche la violenza di e­ventuali conflitti.

 

I TRIBUTI DA PAGARE IN UN MONDO SENZA MONETA: L'IMPERATORE AL VERTICE DI UN SISTEMA PRODUTTIVO BASATO SUL LAVORO UMANO

Dai documenti risulta evidente che i tributi da pagare al potere centrale, in una societá che non conosceva l'u­so della moneta e non praticava le "vial," del mercato o del commer­cio, in buona misura consistevano proprio nel lavoro umano; e, attraver­so i propri dignitari, l'Inca era il ver­tice di un sistema produttivo che s'imponeva come una sovrastruttura rispetto alle economie delle varíe re­gioni e delle varíe etnie, e che quin-di era anche in grado di contribuire alle necessarie "compensazioni" tra di esse fungendo - in buona sintesi - perfino da calmiere. Cosi, guando Cristoforo Colombo scopri le Ameri­che, i sudditi dell'Inca prosperavano dall'Ecuador al Cile centrale, dall'al­topiano della Bolivia a una parte del­l'Argentina: un mosaico di popola­zioni, usi e costumi diversi, ferrea­mente amalgamato dal rigido ed on­nipresente potere centrale.
Gli edifici di Cuzco erano in pietre levigate; le strade pavimentate; i ma­gazzini scoperti e descritti dagli spa­gnoli «pieni di coca, coperte, armi in metallo, indumenti» (ce lo racconta, nel 1534, Sancho de la Hoz) e (Cieza de León) «ogni giorno si scoprono immensi filoni d'oro e d'argento... nelle province si raccoglie oro dai fiu­mi ed argento dalle montagne, tutto per il re»: ogni anno, venivano stiva­ti a Cuzco pifia di 15 mila arrobas d'o­ro e 50 mila d'argento, diciamo ri­spettivamente la bellezza di 173 mi-la e di 575 mila chilogrammi.

Per capire un po' meglio l'organiz­zazione statuale, rifacciamoci a un in­terrogatorio condotto dagli spagnoli nel 1549 ad Huanuco: i nuovi arriva­ti, chiamiamoli cosi, cercavano infor­mazioni sul sistema tributario. E per tutta risposta ricevettero una lunga li­sta in cui erano menzionati soprattut­to impieghi di materiale umano, de­stinato alla realizzazione di ben pre­cisi (oggi si direbbe quasi pianifica­ti) obiettivi. Leggiamo il documento che, fortunatamente, é sopravissuto.

«400 INDIANI PER COSTRUIRE I MURI, 400 PER SEMINARE, 150 PER FARE LA GUARDIA DEL CORPO DELL'INCA, 60 PER RACCOGLIERE MIELE E COCA ...»

II conto era compiuto a coppia: un nutrito gruppo di persone di quella zona veniva impiegato per l'estrazio­ne dei metalli preziosi; «400 indiani e indiane costruivano dei muri»; altri quattrocento «seminavano nella zo­na di Cuzco, perché la gente potesse mangiare e compiere le proprie of­ferte»; 150 erano attivi come servito­ri di Huayna Capac, l'Inca; 150, de­stinati invece a far da guardia del cor­po di Tupa Inca Yupanqui, dopo la sua morse; 200 ancora erano adibiti ad altri compiti militari; 120 provve­devano invece a fornire delle piume; 60 raccoglievano il miele; 400 fabbri­cavano i tessuti piú pregiati; 60 pre­paravano la coca che veniva poi tra­sportata nei magazzini di Cuzco; 40 - perfino questo dettaglio era previsto - accompagnavano l'Inca alla caccia del cervo. Lo Stato, che imponeva questi lavori, s'incaricava di provve­dere al vestiario, alle attrezzature, al-la distribuzione di eventuali materie prime.

II ferro era ancora sconosciuto: l'a­vrebbero importato gli europei; que­ste popolazioni non avevano una loro vera e propria scrittura (nell'America centrale e meridionale, soltanto Maya - lo vedremo - la possedevano); la lingua che parlavano era imparen­tata con altri idiomi di stampo amaz­zonico; il maiale, la pecora, gli equini e i bovini non erano ancora conosciu­ti; in compenso, e da secoli, veniva addomesticato il lama, ciol l'animale piú importante dell'intera area andi­na; parimenti sfruttati erano l'alpaca, il guanaco, la vigogna (oggi, nel Perú sopravvivono un migliaio di guana­chi e non di piú; le vigogne, tra Boli­via ed Argentina, non raggiungono i 20.000 esemplari); venivano addo­mesticati ii cane, specie a fini di cac­cia, e, quasi soltanto per i sacrifici ri­tuali, il porcellino d'India; tra gli uc­celli, invece, l'anatra e basta.
Centro del potere inca, l'abbiamo visto, era una delle piú grandi cittá. del mondo d'allora, e cioé Cuzco,"l'ombelico del mondo". L'impero inca si chiamava "i quattro quartie­ri", e la capitale era una cittá divisa in quattro parti da altrettante importan-ti strade che, in realtá, dividevano l'intero territorio: ognuna delle quat­tro parti del Paese era poi, a sua vol-ta, suddivisa in province. Al centro di Cuzco, due piazze quadrate; i palaz­zi dell'Inca, i templi, il quartiere am­ministrativo, gli edifici destinati, e riservati, al ceto superiore. Vi viveva­no, verosimilmente, tra le 15 e le 20 mila persone; altre 50 mila nei quar­tieri periferici; infine, 110 mila nel­l'area suburbana ed altrettante in quella rurale del capoluogo inca. Le strade erano pavimentate, i palazzi maggiori adorni di metallo prezioso, e di fregi d'oro i templi. All'interno di alcuni di questi vi erano piccoli giardini sacri in cui, tre volte all'an­no, venivano collocate perfette ripro­duzioni in oro delle piantine di mais. A Cuzco, ogni giorno approdavano cortei di materiali preziosi: sotto gli occhi stupiti degli spagnoli, sfilavano anche 60.000 mila pesos d'oro per vol-ta, e fino a 90 chili al giorno. I conqui­stadores, in una sola caverna non lon­tana dalla capitale inca, scopriranno «dodici pecore tutte d'oro e d'argen­to dall'aspetto e proporzioni di quel­le di questo Paese», cioé dei lama. Scomparso Atahualpa, tra Cajamarca e Cuzco raccoglieranno 10 tonnellate d'oro e 70 d'argento che subito si spartiranno, non senza essersi affret­tati, prima, a fonderle in lingotti.

A parte il quartiere centrale (e a parte, a pochi chilometri, il centro sa­cro di Sacsahuaman, tre imponenti piattaforme sovrapposte, 18 metri d'altezza, e ciclopici massi di granito, non si sa ancora se fortezza o che al­tro), il resto della capitale inca era composto di abitazioni abbastanza normali e, tutto sommato, piuttosto banali: di solito costruite in adoba, cioé in mattoni crudi (la pietra, spe­cialmente il granito, era riservata agli edifici cultuali), generalmente erano ad un piano, senza sopraelevazioni e a pianta quadrata. Rare le piante di e­difici circolari o curve, e di solito non piú di una per sito: si trattava di ma­gazzini per lo stoccaggio del mais o, piú probabilmente, di luoghi di culto dedicati al dio Sole. Le case erano ab­bastanza povere, dunque, con un tet­to sicuramente in paglia; ma, specie nei grandi spazi rurali, servivano qua-si esclusivamente come rifugio not­turno, poiché gran parte della giorna­ta gli abitanti la trascorrevano intenti alle loro attivitá all'aperto.

La pietra, dunque, era utilizzata soprattutto per il centro della capita-le e per gli edifici di carattere religioso. Veniva tagliata con il sistema del cuneo gonfiato d'acqua; i blocchi grossi erano trasportati, si calcola, an­che da 2500 uomini; tuttavia il tragit­to piú lungo finora conosciuto misura appena 35 chilometri, e spesso la di­stanza tra la cava e l'edificio in costru­zione era sensibilmente inferiore; con sistemi particolari ii suolo veniva reso scivoloso per agevolare trasporto. Gli Inca conoscevano l'uso del piano inclinato: a costruzione ter­minata, le rampe venivano distrutte. I muri, comunque, poco elevati, for­se anche per via delle ripetute scosse sismiche, di solito erano inclinati al­l'interno e leggermente rastremati nella parte alta. II loro spessore rag­giungeva anche gli 80 centimetri nel­le costruzioni semplici e di media grandezza. Insomma, nel mondo inca c'erano grandi ricchezze, ma grande era pure la fatica per poterle accumu­lare; e grande semplicitá caratterizza­va la vita quotidiana.

A differenza dei reperti che - lo vedremo - il Messico é in grado d'of­frire ancor oggi, e che si sostanziano soprattutto in grandi piramidi e in stadi per il gioco della palla, in alcuni siti della civiltá inca, come per esemplo ollantaytambo, ma soprattutto in quell'incredibile luogo che si chiama Machu é ancor oggi possibile ripercorrere l'intera evoluzione del­l'abitazione indigena, dalla casa semplice fino al palazzo dell'Inca. Machu Picchu significa "vecchia ci­ma", ed é un sito archeologico sco­perto relativamente tardi; nel 1911, ma da anni, e giustamente, meta con­tinua dei turisti. É collocato a 2450 metri d'altezza nel Sud del Perii, sul fiume Urubamba, in un contesto paesaggistico spettacolare: terrazze, templi, un torrione tondo, una piazza principale con il mausoleo reale. Vi si ammirano ancora le abitazioni di ti­pologia phi remota, in pietra rustica, con il pavimento di terra battuta su cui, probabilmente, si stendevano pelli di lama o di alpaca. Queste case non possedevano mobili di sorta: sol-tanto il capotribii aveva diritto a uno sgabello; si dormiva per terra, le nic­chie alle pareti erano gli altari del dio locale; essendo ormai sparite le case di fango, le poche di pietra materia-le che si usava piú raramente- sono le uniche dalle quali, oggi, possiamo trarre qualche nozione.

IN UN CONTESTO PAESAGGISTICO SPETTACOLARE, A 2450 METRI DI ALTITUDINE, SORGE MACHU PICCHU, LA 'NECCHIA CIMA"

Quando gli spagnoli arrivarono qui, nel 1536, la grande fortezza era in co­struzione.

La fortezza, sul culmine dell'acro­poli, domina la cittá, e vi si accede mediante una massiccia gradinata di pietra: qui si vedono ancora sei me­galiti che avrebbero dovuto costitui­re la base del tempio del Sole; sull'al­tra riva del fiume, le cave, cui si acce­de per una strada a zig-zag. Compito di Machu Picchu, e di una serie di al­tri centri fortificad che non si troyano lontano, era di proteggere Cuzco; la sommitá di uno dei monti della zona, l'Intihuatana, serviva, con la sua om­bra, a determinare i solstizi. impor­tanza del luogo é che, nei secoli, non é mai stato riabitato e nemmeno toc­cato: fino al nostro secolo, guando venne scoperto da Hiram Bingham, se ne era perlino perduta la memoria.
   
 

Per gli amanti dei viaggi terrestri...
Una sezione per gli amanti del trekk. in montagna e tra paesaggi...
Una sezione di emozioni nella natura amazzonica peruviana...
Una sezione per chi ama camminare e divertirsi da loco responsabile...
Una sezione per chi ama conoscere la storia, archeologia, tradizioni e beneficienza...
Una sezione classica importante studiata con le zone più importanti e costi interessanti
Una nuova sezione MIX per chi ama conoscere la storia dal principio...
Una nuova sezione NORD per chi ama i viaggi tra la natura e la storia per vivere Avventure Responsabili
Una grande e fantastica zona TUTTA DA SCOPRIRE DEL MAGICO PERU NORD
 

lta

PERU
PARADISE
TRAVEL

Italiano
Français
English
Espanol

Documento sin título
Escursioni Alternative
Comprare in Loco
Referenze Clienti
Sergio Pessolano
Ricordando un Amico
Crea il Tuo Viaggio
La Foglia di Coca
La Via Salka
Aldea Infantile
Hotel Tahuantinsuyo
Mappe del Peru
Aiutamo il Pianeta

Crea il tuo viaggio

Consulente in Italia

Viaggi in Peru VIAGGI DI GRUPPO 2008 Referenze ClientiChia Siamo Foto Peru Alberghi Tipo Mappe del Peru
PERU INFORMAZIONI PERU INFORMAZIONI PERU INFORMAZIONI PERU INFORMAZIONI PERU INFORMAZIONI PERU INFORMAZIONI PERU INFORMAZIONI PERU
E-mail: m.mosca2@virgilio.it
E-mail: mkl@peruviaggi.info
E-mail: paradise@informazionisulperu.info
Web Page: www.peruviaggi.info

Per tutti coloro che desiderano conversare direttamente con i Responsabili di PERU PARADISE TRAVEL: Sig. Michele o Sig.ra Nancy, chiamare al seguente numero telef.: 0051-74-600801 / 0051-74-600802 dalle ore 15.30 alle ore 22.00 ORA ITALIANA
Cell: 0051-84-984950078 - 0051-84-984950076

Id. Yahoo: michelemparadise@yahoo.it

TELEF. EMERGENZA NOTTURNO: 0051-74-452614
Telefax Chiclayo: 0051-74-452614
Telefax Cusco: 0051-84-261411


Todos los Derechos Reservados - Cualquier copia en su totalidad o fragmentos de estos textos estarán sujetas a las Normas Legales Nacionales e Internacionales. Patentada por Michele Mosca y Nancy Farfán.

Realizado por: Willard Tamay G. y Michele Mosca Hecho en Chiclayo-Pimentel - Perú - ACTUALIZADO: 16-Gennaio-2008 10:41 am